Il cervello sociale

 

La Cognizione Sociale può essere definita come l’insieme di tutti quei processi che consentono ad individui della stessa specie di interagire tra loro. Questa interazione è una questione di sopravvivenza, sia per il singolo che per la specie. Non stupisce, dunque, che un’ampia parte del cervello umano venga costantemente utilizzata per comprendere e per interagire con un mondo sociale che costituisce l’ambiente in cui gli esseri umani vivono. E non sorprende neanche che, nel corso dell’evoluzione, la nostra specie abbia sviluppato una serie di capacità che le hanno consentito di comprendere ed anticipare il comportamento sociale degli altri individui.

L’essere umano è una specie altamente sociale, ma non è certo l’unica in natura. Le api, ad esempio, cooperano tra loro per il bene della specie e possono prendere decisioni di gruppo migliori di quelle prese dal singolo. Le tartarughe possono imparare molto semplicemente osservando le azioni degli altri membri del gruppo, anche quando questo comportamento non ha intenzioni comunicative deliberate.

Bisogna partire dal presupposto che la cognizione sociale umana includa tutti i processi utilizzati anche da altri animali sociali, ma comprende processi specializzati che sono unici per gli esseri umani. Uno tra questi è la capacità di percepire e di interpretare il comportamento dell’altro in termini di stati mentali, ad esempio attribuendogli un desiderio o un’intenzione. L’essere umano è anche capace di comprendere le relazioni che intercorrono tra gli individui e di utilizzare queste informazioni per guidare il proprio comportamento e predire quello degli altri.

Nel corso degli anni sono stati fatti numerosi studi di neuroimaging che hanno permesso di identificare i network cerebrali coinvolti nella Cognizione Sociale e proprio per questo è possibile parlare di “Social Brain”. Tra le regioni più studiate c’è sicuramente il Solco Temporale Superiore che permette di percepire gli aspetti mutevoli del volto, come ad esempio lo sguardo e l’espressione. Invece, la percezione delle caratteristiche stabili dei volti, come ad esempio l’identità della persona, è a carico di un’altra area, ovvero il Giro Fusiforme Laterale.

Sembra proprio che alcune aree del nostro cervello si siano evolute per creare un network neurale specifico per l’elaborazione dei volti.

Un’altra area cerebrale molto importante è l’Amigdala perché gioca un ruolo chiave nelle  emozioni. Da alcuni studi è emerso il coinvolgimento dell’amigdala nel riconoscimento delle emozioni dalle espressioni facciali, in particolare emozioni con valenza negativa come la paura e sembra anche svolgere un ruolo nell’elaborazione dello sguardo altrui. Più social di così!

Dall’espressione dei volti si possono anche fare delle inferenze riguardo la personalità di un individuo. Può capitare di vedere una persona per la prima volta e giudicarla come attraente o meno, affidabile o inaffidabile e via dicendo. Ma perché si tende a giudicare subito qualcuno? Una delle teorie che emerge in letteratura è la cosiddetta teoria del “a grain of truth”, ovvero “c’è un fondo di verità”. Ad esempio, è stato dimostrato come il testosterone sia correlato ad una maggiore aggressività, e durante la pubertà, tenda a modificare il volto aumentando l’ampiezza della mascella. Quindi se si incontra una persona con una mascella più ampia, questo sarà giudicato come più aggressivo rispetto a chi non ha questa caratteristica.

Inoltre, Rhodes, ha individuato alcuni elementi della configurazione del volto che lo fanno percepire come più attraente come la proporzionalità: più un volto è proporzionato, più verrà giudicato bello. Lo stesso discorso vale per la simmetria tra la porzione destra e sinistra del viso. Se un volto presenta queste caratteristiche, si tenderà a giudicare subito la persona come più attraente, anche senza conoscerla.

Quindi, si potrebbe dire che la natura ci ha dotato di un sistema complesso per relazionarci con gli altri, per essere davvero “animali sociali”.

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